Vivere con passione
Uscire dal gregge, questo secondo me significa vivere con passione.
La passione non é necessariamente legata solo alla sfera romantica ed amatoria ma al modo in cui viviamo tutta la nostra vita.
Con passione si può vivere il proprio lavoro o lo studio, le relazioni sentimentali o l’amicizia, la famiglia, un hobby, la musica o la letteratura.
La passione ci fa agire, muovere, ci indica la strada giusta da seguire, ci mantiene svegli e non ci fa assopire le emozioni ed i sensi.
Oggi, dopo 25 anni di lavoro, ho avuto la mia prima conferma di cosa sia vivere con passione al lavoro: ho risolto una questione che trascinavo da mesi e mi faceva stare male e a cui non riuscivo a porre fine. Finalmente è arrivato il coraggio di agire: d’impulso, con ansia e battito cardiaco accelerato, sono riuscita a smettere di soccombere alle richieste assurde di chi invece continuava a farmi lavorare in modo inutile come una persona priva di buon senso e con un gran spreco di energie (le mie).
Finalmente ho agito in coerenza con me stessa, con quello che penso e sento ed ora mi sento così leggera! E l’epilogo di tutto è stato più che positivo perché le mie motivazioni sono stati ascoltate ed accettate.
Non si smette mai di imparare e crescere, e siccome, ahimé, non sono cresciuta prima, all'alba dei 46 suonati ho pensato che forse é anche l’ora. Anche se sono molto ritardo, dicono che non è mai troppo tardi.... Non sempre riesco a convincermene però stavolta ci ho provato... Voglio uscire dal gregge!!!!!!!
E' una ruota che gira
E’ una ruota che gira
Lo diceva sempre mia mamma ed io pensavo fosse una frase fatta, retorica e da vecchi.
Ma ora che comincio a non essere più tanto giovane, guardando le nuove generazioni mi rendo conto di quanto aveva ragione la mamma.
Sembra davvero impossibile ma è proprio così: é una ruota che gira e non puoi cambiargli verso o direzione né fermarla, la ruota della vita. Samsara.
Nasci, cresci (forse), invecchi e muori (sicuramente).
Col passare degli anni le cose cambiano, il progresso avanza sempre più, la tecnologia si evolve a livelli esponenziali, ma l’evoluzione interiore dell’uomo? E’ quella che, purtroppo, si muove ed evolve come una tartaruga.
Si perché purtroppo nell’entropia dell’universo l’uomo non riesce che a farsi fagocitare, non riesce ad alzare la testa ed emergere. Non riesce a guardare da fuori, ad essere solo un testimone e non farsi coinvolgere da tutto, non trova la giusta distanza.
Così tutti corriamo, abbiamo fretta (di andare dove?), non ci diamo mai la precedenza, non ci rispettiamo, non ci ascoltiamo (non lo facciamo con noi stessi perché dovremmo farlo con gli altri?).
In tutto questo movimento così veloce, mi accorgo che i giorni volano, così come le settimane, i mesi e gli anni. E quando mi capita di sentire parlare qualche persona ben più giovane di me, vorrei tanto fargli capire che certi errori non si devono fare, che dovrebbero fidarsi di quello che gli dice chi è più vecchio e li può consigliare, ma loro, ovviamente, guardano con occhi interrogativi, non capiscono, non ascoltano, e vanno per la loro strada, anche se alla fine può rivelarsi un cul de sac da cui è ben difficile uscire.
Ma è giusto che sia così, altrimenti a loro volta non potrebbero acquisire esperienza e consapevolezza.
E vorrei tanto poter godere della loro energia e vitalità con la consapevolezza di ora, ma purtroppo non si può.
E’ una ruota che gira.
M'impiego ma non mi spezzo
Prendo spunto dal titolo di una mostra fotografica del 2001 che ritraeva le varie realtà negli uffici nel corso di tutto il 1900.
C’erano foto degli anni ’50 e ’60 prese anche dall’Eni, scattate al primo palazzo Snam di San Donato M., con degli open space lunghissimi che da un punto all’altro dell’ufficio ci voleva la bicicletta per percorrerli.
Stavolta non c’è senso di appartenenza. Sono stufa, non ho più voglia di sentirmi appartenere a questo calderone che bolle e fa stracuocere (nel cervello) gli ingredienti che contiene, che poi siamo noi (miseri tapini) impiegati.
Certo siamo forti, perché bene o male resistiamo a tutto qui dentro: mobbing, discriminazioni, crisi d’identità indotte da attività assegnate senza tener presente delle proprie capacità ed attitudini, a cui i più furbi reagiscono con un talento recitativo tale che non fa che aggravare il sintomo di chi, purtroppo, di questo talento naturale non è dotato.
Ma la cosa più pesante da sopportare è l’indifferenza che prevale su tutto e su tutti i rapporti che si intrecciano in ufficio.
In primis l’indifferenza endemica che i capi provano verso le esigenze dei propri collaboratori.
Se per puro caso ed agendo contro corrente, succede che un capo dimostri una certa sensibilità in proposito e prova a mettere in atto un’azione di incentivazione verso i subalterni, subito viene stoppato da chi gestisce le cosiddette “Risorse Umane” e gli viene fatto presente che oggigiorno già il fatto di avere un lavoro deve essere considerato un privilegio e quindi un incentivo (PEOPLE FIRST!)
“In secundis” (concedetemi la licenza poetica, non ho studiato il latino) quella ancora più insopportabile è l’indifferenza tra colleghi di (più o meno) pari livello. Tutti sulla stessa barca ma nessuno disposto ad aiutare od ascoltare gli altri. Tutti presi a pensare solo a come guardarsi le spalle e talvolta, se non spesso, pronti a colpire alle spalle. Nessuno disposto a condividere ma solo a scaricare su altri compiti ed attività. Insomma, nessuno pronto a remare ma tutti pronti a buttare a mare.
L’indifferenza di come viene svolto il lavoro. A nessuno interessa se fai bene o male, se in tempo o in ritardo, se copi e incolli o se ragioni su quello che fai, e quando provi a chiedere qualche chiarimento ti viene risposto: “Si fa così, si è sempre fatto così, non porti troppe domande” quando non “non hai la categoria per pensare” o “non sei una risorsa strategica”....
Bleah! Non pensavo proprio di arrivare così disgustata da ritrovarmi a sputare nel piatto dove mangio da 25 anni.
Certo dovrei cambiare “ristorante e menù” ma di questi tempi, con l’età che avanza, tra una crisi d’identità e l’altra, ma sopratutto con la voglia che viene meno (anzi è sparita del tutto!) non è una manovra semplice da attuare.
Mah! Che dite, rimaniamo stoici come “le canne al vento” (con la più piena libertà di interpretazione) e continuiamo ad impiegarci senza spezzarci?